Ecco, poi, improvvisamente

..E piove in petto una dolcezza inquieta
E.Montale, I limoni
Una stanchezza infinita vince. Scomode consapevolezze affiorano. Affacciata sul burrone della depressione, la donna-scatolina fa un passo innanzi e lascia precipitare rovinosamente i futili pensieri che la trafiggono. Contempla sul fondo macerie, anzi no: pulviscoli, di speranze infantili, di sogni adolescenziali, più insensati e teneri, più dolorosi e inutili, perché senili.
Povera donna-scatolina dal coperchio impudicamente aperto: osservi pietosa quel contenuto sparso come le rime d’amore che danzano ancora nel tuo stupido cuore. Un giorno le infili con pazienza lungo il filo di una dolcezza inquieta (ossi di seppia che la marea si ostina ad offrirti), ma ecco, poi, improvvisamente, si sfilano e rotolano via, in un ticchettio nervoso, imperativo, cattivo, che rimbalza sonoro a ferire timpani e silenzi.
Serri gli occhi, punti dalla voglia di piangere. La gola è chiusa dalle parole ingoiate a forza.
Chiudi il coperchio, scatolina. Le ombre nere, quelle no, non volano via .
A., la donna-scatolina
Vuoto/Pieno

Io tento una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
S.Quasimodo, Curva minore
Vuoto.
Più piene sono le sue giornate, più ne avverte il vuoto. Il vortice del suo tempo concesso a chi non ne fa parte si arresta nell’attesa di chi corre contro il proprio tempo, perché lei ne faccia parte.
Pieno.
La mente è vuota. Poche immagini, rare parole rimbalzano nel pieno di vacui pensieri, senza valore, senza importanza. La ragione non vuole concedersi il doloroso piacere della memoria. Il cuore sì: è pieno di sguardi, di frasi non dette e sussurrate, di momenti che sono eternità.
Vuoto.
Dove è la porta che conduce alla fuga, dove il tunnel che precipita nell’inferno, dove la scala verso l’infinito, dove il nero buco che sconfigge il tempo?
Pieno.
Quando la conta sarà terminata, quando le braccia saranno colme, quando il giorno vincerà la notte, quando la notte avrà il calore del giorno?
Vuoto, pieno. Adesso, poi. Ragione, cuore. Dove, quando.
Il senso perduto si trova nell’assenza.
A., la donna-scatolina
ALLA DERIVA

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Eugenio Montale, Le occasioni
Le parole tracimano, penetrano, scavano, si insinuano, avvelenano.
La forza devastante di una verità rivelata e pericolosa, scagliata e dirompente nel suo sussurro, senza il velo della speranza, senza la carezza delle ciglia che proteggono lo sguardo, senza la tenerezza di una mano che ripara.
“Alla deriva”. La vita della sua vita. E lei in un altrove, non ricorda quando assegnato, ma stabilito proprio perché assegnato. Un’altra non scelta che incatena. Una constatazione fredda, sfuggita in uno scricchiolio, come il definitivo incrinarsi di un ghiacciolo, acuminato, trasparente puntale che precipita – improvviso, inaspettato – nell’orecchio, che duole, duole e si lacera, si lacera e si allarga, portando con sè brandelli di sogni e di sorrisi e di partenze e di arrivi e di futuro.
“Alla deriva”. La vita della sua vita. E quella vita porta con sè i resti della sua: galleggiano ciechi, mentre il gelo li intride, macera e consuma.
“Nella tua deriva, la mia fine”. Le parole che non è riuscita a dire, inghiottite dal silenzio di un reciproco – insopportabile – dolore. Il naufragio di una felicità aspettata lascia relitti di disperazione.
Alla deriva.
A., la donna-scatolina
Sole

Un sole nero e ansioso si attorciglia alle matasse
della tua nera chioma, quando allunghi le braccia.
Tu giochi con il sole come un ruscello
e lui ti lascia negli occhi due piccoli stagni scuri.
Pablo Neruda
Torna il sole, tra poco.
Intravede l’aurora e già si sente scaldare nel presentire i raggi sulla sua pelle, inspessita dal freddo incongruo del non esserci. Si avvicina la vita: scivolerà piano su di lei come una carezza attesa a lungo ad occhi ben serrati, per non vedere che il sogno. Si avviluppa alle immagini che con tanta cura ha conservato: tra poco riacquisteranno dimensione e profumo, senso e bellezza.
Torna il sole, è tornato.
A., la donna-scatolina
En attendant

“Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!”
S.Beckett, Aspettando Godot
Perennemente in attesa, Scatolina.
Tiene serrato il suo coperchio pesante e custodisce le immagini degli istanti da rivivere, il segreto della sensualità timida e impellente che le increspa la pelle, il desiderio di felicità che aspetta di essere ancora una volta sottratta al tempo.
Ora è impossibile aprirsi, chi le è intorno non deve sbirciare, non deve intuire, non deve frugare. Si accontenti (se vuole) delle pareti esterne, degli intarsi (ora) un poco polverosi, del cesello di una (perduta) arte che la preparò ad essere ammirata (un tempo) per la finezza del disegno (antico).
Nel buio apparente del suo opaco interno, l’autentica luce di un’accecante interiorità: ecco la vera vita che nascostamente anima le sue giornate morte; ecco i sorrisi gelati – celati da un’impassibilità nebbiosa, dissolta all’improvviso dalla vividezza di un ricordo – che improvvisamente si sciolgono nel tepore di una speranza; ecco la morbidezza di un abbraccio dolorosamente irrigidito, la tensione di uno slancio a lungo represso. Ecco il tesoro che le fu affidato, quello che deve essere preservato e donato.
Scatolina attende il momento di dischiudersi, goffamente, gentilmente, gioiosamente.
Attende chi, solo, ha la chiave per aprirla.
Attende.
Attende.
Count-down.
A., la donna-scatolina
Il Giudizio Universale
“Il Giudizio in genere è la facoltà di pensare il particolare come contenuto dell’universale”
Immanuel Kant, La Critica del Giudizio
Il Giudizio Universale non accadrà.
Perché è già accaduto. E’ accaduto ad ogni sguardo che l’abbia anche solo sfiorata, a ogni impercettibile sussurro appena intuito ancor prima che intercettato, a ogni retropensiero immaginato e visto nella contrazione di una fronte, in un abbassarsi di palpebre, in un incrociarsi furtivo di occhiate, in un angolo di bocca beffardamente rialzato.
E’ stata universalmente giudicata con sentenze definitive ancorché non pronunciate, condannata senza appello dalla disapprovazione di sguardi freddi e sprezzanti, reclusa da pregiudizi senza uscita, isolata da muri di ostilità evidente, sepolta senza pietà da risate neppure troppo bene nascoste.
Il Giudizio è stato Unanime oltre che Universale: questa donna è invisibile – meglio: inguardabile – inappetibile, inconcludente, inetta, inane, insignificante, inadeguata: INUTILE. (manca imbecille, ma purtroppo si scrive con la M)
A volte pensa di essere malata. No, non solo delle mille malattie che da sempre la tormentano fisicamente. Malata psicologicamente. Malata al punto di pensare che debba essere sottoposta inevitabilmente a un crudele – e senza speranza di assoluzione – Giudizio Universale. Un Giudizio Universale che la condanni ad un Inferno di disapprovazione derisoria.
Ma il Giudizio Universale non accadrà.
Perché è già accaduto.
In ogni istante.
A., la donna-scatolina
Pesantezza

Tutto sarà come al tempo lontano.
L’anima sarà semplice com’era,
e a te verrà, quando vorrai leggera
come vien l’acqua al cavo de la mano.
G.D’Annunzio, Consolazione
Tutto ciò che la riguarda è connotato da un’insostenibile pesantezza.
Pesante è la massa di carne che trascina, le braccia che, inerti, non riesce a sollevare, il capo che ciondola tetro sul collo fragile, le gambe bollenti che paiono fondersi con l’asfalto, i seni che inturgiditi dolgono, il ventre che si gonfia di indigerita amarezza.
Pesanti sono i pensieri che non le danno tregua, l’irresolutezza che la tormenta, il dolore che non viene metabolizzato, il desiderio che non trova sfogo, l’irritazione sofferente che deve essere camuffata.
Pesante, grave e greve è il suono delle parole non dette, quelle inghiottite per non ferire e non essere ulteriormente ferita e ancor più appesantita da rimorso e accuse, quelle che teme di (u)dire davvero.
Pesanti i gesti da compiere, le parti da interpretare, i ruoli assegnati, i discorsi da fare, quelli da ascoltare, quelli da cui si lascia attraversare indifferente (?), fingendo una cerebrale ipoacusia, tentando una invocata atarassia.
Pesante è l’anima che un tempo (quale? l’ha scordato, ma deve, perdio, *deve* esserci stato) fu leggera, e cerca la mano che sa attraversarla con una carezza – leggera – non data.
A., la donna-scatolina
Nessuno
Eccovi un’anima
deserta
uno specchio impassibile
G.Ungaretti, Distacco
Nessuno, non vuole vedere nessuno.
La chiamano, la sollecitano, con po’ di irritazione, con un’ombra insopportabile di compatimento, con l’ammiccante sottinteso alla depressione che sempre incombe, alla situazione che certo accusa, all’introversione che tutto spiega: offrono una visita di circostanza, un’uscita che distrae, un incontro che conforta.
Nessuno, non vuole vedere nessuno.
Accampa scuse, prova a sviare, balbetta inconvenienti, promette ripensamenti. Ma poi soccombe, perché – ancora – non sa dire di no, non riesce a essere forte delle sue decisioni, non può imporre ciò che vuole ( o non vuole) lei a ciò che esigono gli altri.
Nessuno, non vuole vedere nessuno.
Bisogna ricevere, occorre ospitare, è necessario uscire, è essenziale incontrarsi, vedersi, parlare, raccontare, sorridere, divertirsi, mangiare, bere. E’ per il suo bene, certo. E’ per riguardo nei confronti di chi tanto si adopera per lei. E’ il normale svolgersi dei ruoli. E’ civiltà, decenza, educazione.
Nessuno, non vuole vedere nessuno.
E invece deve farlo.
E l’insofferenza cresce.
E la maschera si indurisce.
E la menzogna si esercita in virtuosistica apparenza.
E la scatolina si sigilla perché nulla del suo contenuto possa essere intravisto.
A., la donna-scatolina
Lettere di vento
“Ciò di cui non si può parlare, deve essere taciuto”
Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus
Nella scatolina magica sono raccolte lettere di vento.
Impalpabili ma sferzanti, leggere ma capaci di dare brividi o inumidire gli occhi. Sono state vergate, lette, raccolte e sfogliate senza bisogno di aprirle o spedirle, perché sempre è stato più facile pensarle che scriverle, così come sempre è stato più semplice tacere che parlare. Almeno, per lei , la donna-scatolina – è così. Soprattutto ogni volta in cui non riesce – neppure con la penna o la tastiera – a trovare le parole giuste per farsi comprendere. Talora prova, in modo patetico e confusionario, a balbettare sottovoce che c’è qualcosa che la tormenta e che la fa stare male, qualcosa che non le piace, che teme, che subisce, di cui vorrebbe liberarsi, qualcosa che non sa affrontare. Pesi che trascina, ma che non vuole sentire, che cerca di soffocare col silenzio, ascoltando solo la voce altrui. Eppure ogni tanto anche la voce piccola del suo sé esce fuori, comprende però subito l’errore commesso e si spegne, arresa al caos esterno e alla propria insignificanza consapevole. Talora prova a razionalizzare e ad esporre con pacatezza la tempesta che la scuote. Tenta di far ordine nella scatolina, nel tentativo di conoscerne davvero il contenuto che, prima che agli altri, a lei stessa sfugge. Ma nella scatolina l’ordine non può essere fatto perché, una volta aperta, le lettere di vento volano via, lasciando negli occhi impronte di disordinato malessere.
Nella scatolina magica sono raccolte lettere di vento.
Anche quando – sfuggite imprudentemente – si spingono lontano, rimangono dentro, cerchi dell’anima che segnano gli anni.
A., la donna-scatolina
Ossimor(t)i

“(Non è nulla: sono qui: ci sono sempre).”
Arthur Rimbaud, Vertigine
Ha sempre detestato l’ottovolante. Salire e scendere e poi risalire e poi ridiscendere, velocissimamente, la fa stare male. Il cuore in gola non fa per lei: le aritmie cardiache ed emotive la disturbano, la logorano, la consumano. L’altezza l’ atterrisce di inettitudine, il precipitare la illude di volo. Colori filanti di micro scatti impressionano la retina e l’immaginazione.
La doccia scozzese, poi, è un supplizio: la pressione si abbassa, il sangue si ritira, il cervello svapora e i pensieri si liquefano e scivolano via col sudore, mentre brividi di calore la sfiniscono. La gelida pelle pallida, incendiata di chiazze paonazze, annuncia lo svenimento prossimo. Pulviscoli di luce danzano nel buio degli occhi aperti e ciechi.
Eppure, anche immota, continua a girare sull’ottovolante; anche inerte, sente ghiaccio e fuoco attizzare e spegnere nervi ed epidermide
Per questo, la vita la uccide.
A., la donna-scatolina






