Pesantezza

Tutto sarà come al tempo lontano.
L’anima sarà semplice com’era,
e a te verrà, quando vorrai leggera
come vien l’acqua al cavo de la mano.
G.D’Annunzio, Consolazione
Tutto ciò che la riguarda è connotato da un’insostenibile pesantezza.
Pesante è la massa di carne che trascina, le braccia che, inerti, non riesce a sollevare, il capo che ciondola tetro sul collo fragile, le gambe bollenti che paiono fondersi con l’asfalto, i seni che inturgiditi dolgono, il ventre che si gonfia di indigerita amarezza.
Pesanti sono i pensieri che non le danno tregua, l’irresolutezza che la tormenta, il dolore che non viene metabolizzato, il desiderio che non trova sfogo, l’irritazione sofferente che deve essere camuffata.
Pesante, grave e greve è il suono delle parole non dette, quelle inghiottite per non ferire e non essere ulteriormente ferita e ancor più appesantita da rimorso e accuse, quelle che teme di (u)dire davvero.
Pesanti i gesti da compiere, le parti da interpretare, i ruoli assegnati, i discorsi da fare, quelli da ascoltare, quelli da cui si lascia attraversare indifferente (?), fingendo una cerebrale ipoacusia, tentando una invocata atarassia.
Pesante è l’anima che un tempo (quale? l’ha scordato, ma deve, perdio, *deve* esserci stato) fu leggera, e cerca la mano che sa attraversarla con una carezza – leggera – non data.
A., la donna-scatolina
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